Non consultarti con le tue paure, ma con le tue speranze e i tuoi sogni. Non pensate alle vostre frustrazioni, ma al vostro potenziale irrealizzato. Non preoccupatevi per ciò che avete provato e fallito, ma di ciò che vi è ancora possibile fare.(Papa Giovanni XXIII)
Questo non è il tempo per la distrazione, ma al contrario per rimanere vigili e risvegliare in noi la capacità di guardare all’essenziale. E’ il tempo per la Chiesa di ritrovare il senso della missione che il Signore le ha affidato il giorno di Pasqua: essere segno e strumento della misericordia del Padre.(Papa Francesco)
Non abbandonatevi alla disperazione. Siamo il popolo della Pasqua, e Alleluia è la nostra canzone.(Papa Giovanni Paolo II)
L’educazione dovrebbe inculcare l’idea che l’umanità è una sola famiglia con interessi comuni. Che di conseguenza la collaborazione è più importante della competizione.(Bertrand Russel)
La famiglia è fonte delle fortune e sfortune dei popoli.(Martin Lutero)
NEWS DEL GRAZIANI
Quando si parla del Papa, il rischio è sempre quello di immaginarlo quasi al di sopra della condizione umana: guida spirituale di milioni di fedeli, voce ascoltata dal mondo, punto di riferimento morale. Eppure la malattia ci ricorda una verità semplice e profonda: il Papa è un uomo come noi.
In un intervento di circa 90 minuti, senza complicanze e conclusosi positivamente lo scorso 13 ottobre, a Papa Leone XIV è stato asportato il lobo inferiore del polmone destro e l’esame istologico estemporaneo ha confermato la diagnosi di un adenocarcinoma polmonare.
Il ricovero del Santo Padre al Policlinico Gemelli di Roma ci riporta con forza a questa realtà. Anche chi porta sulle spalle una missione immensa deve fare i conti con la fragilità del proprio corpo. Anche chi guida la Chiesa conosce l’incertezza degli esami medici, l’attesa di una diagnosi, i momenti di paura e di affidamento.
Viviamo in una società che spesso nasconde la debolezza. Si esalta chi vince, chi corre, chi produce. La malattia, invece, rallenta i passi e costringe a guardarsi dentro. Per questo un Papa segnato dalla sofferenza diventa una testimonianza preziosa: ci ricorda che la dignità di una persona non diminuisce quando il corpo si ammala.
Anzi, talvolta accade il contrario. Nella fragilità emerge ciò che davvero conta. Cadono le maschere, si ridimensionano le ambizioni, diventano più evidenti l’affetto delle persone care, il sostegno della comunità, il valore di una parola gentile, di una carezza, di una preghiera.
Il tumore fa paura perché ci mette davanti ai nostri limiti. Eppure proprio quei limiti ci rendono profondamente umani. Nessuno è escluso dalla vulnerabilità: il bambino, il lavoratore, l’anziano, il potente e persino il Papa. La malattia accomuna tutti e ci ricorda che non siamo fatti per bastare a noi stessi.
Il Vangelo ci mostra un Dio che non rimane distante dalla sofferenza degli uomini. Gesù conosce la stanchezza del cammino quando si siede affaticato presso il pozzo di Sicar; conosce le lacrime davanti alla tomba dell’amico Lazzaro; conosce persino l’angoscia del Getsemani, quando prega il Padre con il peso della passione ormai vicina. La fede cristiana non nasce dall’idea di un Dio lontano e invulnerabile, ma dall’incontro con un Dio che ha scelto di condividere fino in fondo la nostra condizione umana.
La fede cristiana non promette di eliminare il dolore, ma insegna che il dolore può essere abitato dalla speranza. Per questo la sofferenza di un Pontefice non è soltanto una notizia di cronaca. È una pagina di vita che parla a ciascuno di noi. Ci ricorda che la grandezza non consiste nell’essere invincibili, ma nel continuare a camminare anche quando il passo si fa più lento.
E forse c’è un messaggio ancora più profondo. In un tempo che misura tutto sull’efficienza, sull’immagine e sulla prestazione, un uomo malato ci ricorda che il valore di una vita non dipende dalla forza dei suoi muscoli o dalla perfezione del suo corpo. Dipende dall’amore che sa generare, dalla speranza che sa custodire, dalla luce che sa trasmettere anche nei giorni più difficili.
Guardando un Papa che affronta la prova della malattia, non vediamo soltanto il capo della Chiesa. Vediamo un fratello nel cammino umano. Un uomo che, come tutti noi, ha bisogno di cure, di vicinanza, di affetto. E forse proprio in questa debolezza condivisa diventa ancora più credibile il suo messaggio: non siamo definiti dalle nostre ferite, ma dall’amore con cui impariamo a viverle.
Quando il Papa attraversa la prova della malattia, torna alla mente anche una delle Beatitudini più consolanti: «Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati». Nel Vangelo la debolezza non è mai l’ultima parola. Lo dimostra Cristo sulla croce, dove ciò che appare come una sconfitta si trasforma nel luogo della speranza e della vita nuova.
Perché, prima di essere Papa, è un uomo. E proprio per questo può parlare al cuore di ogni uomo.
E allora la sua sofferenza non suscita soltanto interesse o preoccupazione. Suscita una vicinanza autentica. Ci invita a pregare, certo, ma anche a riflettere sulla nostra stessa condizione. Tutti respiriamo la stessa aria, tutti portiamo nel cuore le nostre fragilità, tutti siamo chiamati a trovare un senso anche nelle prove che non avremmo scelto.
Del resto, il primo Papa, l’apostolo Pietro, non fu scelto per la sua forza, ma per la sua umanità. Il Vangelo ce lo presenta generoso e fragile, capace di grandi slanci ma anche di paura, fino al rinnegamento. Eppure Gesù affida proprio a lui la sua Chiesa. Forse è questa la logica di Dio: affidare i tesori più grandi a persone che conoscono la propria debolezza, perché sia chiaro che la vera forza non viene dagli uomini, ma da Lui.
Forse è questo il dono nascosto della malattia: ricordarci che, sotto ogni ruolo, ogni responsabilità e ogni titolo, resta l’essenziale. Siamo uomini e donne in cammino, fragili e preziosi, limitati eppure capaci di infinito. Anche il Papa. Come noi.
Prof. Sandro Pozza
(foto da gds.it)
Ci sono notizie che non dovrebbero mai esistere. La morte di una bambina di due anni e mezzo appartiene a queste. Quando se ne va una persona anziana, per quanto il dolore sia grande, percepiamo che una vita ha compiuto il suo cammino. Ma quando muore una bambina così piccola tutto sembra spezzarsi: i progetti dei genitori, i sogni dei nonni, le attese di una comunità. Ci sentiamo quasi traditi da quella promessa di futuro che ogni bambino porta con sé.
In questi giorni penso ad Anna Vazzoler, la bambina di due anni e mezzo coinvolta nell’incidente avvenuto in via Aldo Moro mercoledì 9 settembre a Bassano del Grappa, poco prima delle 9 del mattino, e deceduta, in seguito alle gravissime ferite riportate, venerdì della scorsa settimana. Penso alla sua famiglia, a chi le voleva bene. E penso anche ai tanti bambini dai 0 agli 11 anni che incontro ogni mattina nella mia scuola dell’Istituto Vescovile “Antonio Graziani” proprio a Bassano del Grappa: sotto lo stesso tetto educativo ci sono i bambini del nido, alcuni di pochi mesi, alcuni di pochissimi anni, come Anna. Li vedo arrivare tra le braccia dei genitori, fragili e meravigliosi. Ogni volta ricordano quanto la vita sia dono puro, affidato alle nostre cure.
Di fronte alla morte di un bambino siamo tentati di chiedere: “Perché?”. È una domanda che attraversa tutta la Bibbia. Eppure il Vangelo non ci consegna una spiegazione. Gesù non offre teorie sul dolore innocente. Fa qualcosa di molto più umano e più divino insieme: si commuove.
Davanti alla tomba dell’amico Lazzaro, vedendo il pianto di Marta e Maria, Gesù “si commosse profondamente” e poi, con una semplicità disarmante, “scoppiò in pianto” (Gv 11,33-35). È forse una delle pagine più consolanti del Vangelo. Dio non guarda il dolore da lontano. Dio piange con chi piange. Questo significa che anche oggi, davanti alla morte di una bambina, Cristo non è indifferente. Non è il Dio freddo delle spiegazioni facili. È il Dio delle lacrime condivise. È il Dio che si lascia ferire dall’amore. Gesù, inoltre, mostra una tenerezza particolare verso i piccoli: «Lasciate che i bambini vengano a me» (Mc 10,14). Non li considera marginali o insignificanti. Li pone al centro del Regno. Nei bambini vede un riflesso della fiducia e della purezza che aprono il cuore a Dio.
Per questo la morte di un innocente ci ferisce così profondamente: sentiamo che viene toccato qualcosa di sacro. Ogni bambino è una promessa, un frammento di speranza affidato al mondo. Quando quella promessa sembra interrompersi, restiamo senza parole.
E forse proprio il silenzio è la risposta più onesta. Un silenzio abitato dalla preghiera. Un silenzio che non pretende di capire tutto, ma che continua ad affidare.
Come educatori, insegnanti e genitori davanti a una tragedia come questa possiamo fare una sola cosa: custodire ancora di più la vita che ci è affidata. Guardare i nostri bambini con maggiore gratitudine. Accorgerci che nessun abbraccio è scontato, che nessun saluto del mattino è banale.
Anna ci lascia senza parole. Ma forse il suo breve passaggio tra noi ci ricorda una verità essenziale: la vita non si misura dalla durata, ma dall’amore che riesce a generare. E una bambina può insegnarlo a un’intera comunità.
Oggi il nostro pensiero va alla sua famiglia. E la nostra fede ci porta a immaginare ciò che il Vangelo suggerisce con dolcezza: che quelle piccole mani sono accolte nelle mani di Dio, e che il Cristo che pianse davanti alla tomba dell’amico è lo stesso che oggi abbraccia questa bambina e consola chi resta.
Perché il Signore non sempre ci spiega il dolore. Ma non smette mai di condividerlo con noi.
Prof. Sandro Pozza
Martedì 6 ottobre gli alunni della nostra scuola primaria, accompagnati dai loro insegnanti, si recheranno a San Romedio, in Val di Non in Trentino.
Situato in questa valle incantata del Trentino, il Santuario di San Romedio è considerato uno dei più affascinanti e suggestivi eremi d’Europa. Dedicato a San Romedio, un nobile trentino che nel Trecento decise di rinunciare ai suoi beni per abbracciare una vita di povertà e preghiera in totale armonia con la natura, il santuario offre un’esperienza unica, ricca di spiritualità, storia e leggende. Uno degli elementi più curiosi legati alla figura del santo è la sua singolare amicizia con un orso, che ancora oggi vive in un recinto presso il santuario, mantenendo viva la tradizione e la memoria di questo legame straordinario.
Perché la scelta di questo luogo? Custodi del Santuario sono quattro frati minori conventuali, seguaci di San Francesco d’Assisi: quest’anno il 4 Ottobre ritorna ad essere Festa Nazionale (San Francesco è patrono d’Italia): ci andiamo il 6 a pochi giorni… E, poi, siamo anche nel cuore del grande Giubileo del mondo francescano (dal 10 Gennaio 2026 al 10 Gennaio 2027) che ricorda gli 800 anni dalla salita in Cielo del poverello di Assisi.
Auguriamo ai nostri alunni e alunne e ai/lle loro insegnanti di vivere un’esperienza umana e spirituale di arricchimento nei valori che sono a fondamento di una vita autenticamente cristiana.
Prof. Sandro Pozza